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Giovanni Pascoli

   
Lungi da me l'ambizione di mettere insieme una vasta collezione di poesie del Pascoli. La voglia di fare questa pagina è nata unicamente dal ricordo delle poesie lette e imparate a scuola, in particolare quelle che hanno lasciato una traccia emozionale profonda nella mia personalità. Tanto che mi basta leg­gere poche righe per ritornare a quei tempi, sentirmi immerso in quei posti, rivedere quelle immagini evocate, ritrovare gli stati d'animo allora creatisi in me.
LA CAVALLINA STORNA
La mattina del 10 agosto 1857 Ruggero Pascoli si reca con il suo calessino al quale è aggigata la sua cavallina preferita, „la storna“, così chiamata per il mantello prevalentemente nero con macchie di peli bianchi, alle fiere ed ai mercati dei paesi vicini per fare degli acquisti. Dopo il giro torna verso casa. Anche quando il padrone allenta le briglie, la cavallina sa che cosa deve fare: prosegue calma e tranquilla sulla strada ben conosciuta...
Ma improvvisamente, quando già sono in vista le case di Savignano ... da die­tro un cespuglio parte un colpo di schioppo! RUggero Pascoli muore, ucciso da un sicario che rimarrà sconosciuto.
Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
„O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d'otto tra i miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
tu daì retta alla sua piccola mano.
Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla."
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
„O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l'agonia..."
La scarna lungo la testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
„O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi;
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole."
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbracciò su la criniera.
„O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai
Tu non sai, poverina; altri non osa
Oh! ma tu devi dirmi una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.
Nel novembre 1868 gli student del „Collegio dei nobili" di Urbino uscirono per la passeggiata scolastica. Uno di loro, Pirro Viviani, amico e compagno di camerata di Giovanni Pascoli, era destinato a non rivarcare più quella soglia. Quel „bimbo" (un po' cresciuto se si pensa che aveva 17 anni!) morì cadendo da un muretto per inseguire l'aquilone. Pascoli gli dedicò la poesia L'aquilone.
L'AQUILONE
C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:
un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...
sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.
S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?
Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l'orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda
tua madre... adagio, per non farti male.
La quercia caduta di Giovanni Pascoli. Amara questa poesia: La gente che diceva: „Era pur grande“, “ Era pur buona" e subito dopo le stesse persone si portano via una parte dell'albero, mentre rimaneva il pianto di una capinera, in cerca del nido che non aveva trovato.
LA QUERCIA CADUTA
Dov'era l'ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!
Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!
Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell'aria, un pianto… d'una capinera
che cerca il nido che non troverà.
Nella seguente poesia sono presenti tutti gli ingredienti tipici della poetica pascoliana, come la mancanza delle figure genitoriali, la casa come nido protettivo e la vita col proseguire nella sua cantilena, di generazione in generazione, con una lentezza della quale quasi non ci si accorge.
ORFANO
Lenta la neve fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c'è rose e gigli tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s'addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.
La seguente famosissima poesia fa ancora riferimento alla morte del padre e interpreta la pioggia di stelle cadenti della notte di agosto come lacrime ce­lesti. Il 10 Agosto è il giorno dedicato al santo.
X AGOSTO
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
LA MIA SERA
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera! 
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano, 
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.
 
Chi non ha letto questi versi, a chi non si sono impressi - indelebili - nella memoria?
„Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini"
„e il suo nido è nell'ombra, che attende, che pigola sempre più piano"
„C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico ..."
„Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi ..."
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. Da ragazzo fu nel collegio dei Padri Scolopi ad Urbino, quindi nei licei di Rimini e di Firenze. La chiave per la comprensione di gran parte della sua opera sta nelle tristissime vicende della sua famiglia, a cui assistette da bambino e le difficoltà economiche che ne seguirono. Nel 1867, il padre, mentre tornava a casa su un calessino trainato da una cavalla storna, fu ucciso. Non si seppe mai chi fosse l’assassino ed il delitto rimase impunito. Poco dopo la morte del padre il Pascoli perse anche la madre e le due sorelle: e la famiglia, composta prevalentemente di ragazzi, cadde nella miseria e nel dolore. Il poeta poté giungere alla laurea, grazie ad una borsa di studio che gli permise di frequentare l’università di Bologna.

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